Rivolta libertaria
A Grover Norquist, capo degli Americans for Tax Reform e barometro vivente degli umori repubblicani, il piano Paulson proprio non va giù. Così ha inviato al presidente George W. Bush i suoi tre suggerimenti anticrisi. Servono riforme per garantire che questo non accada più. Altro che salvataggi pubblici.

Washington. A Grover Norquist, capo degli Americans for Tax Reform e barometro vivente degli umori repubblicani, il piano Paulson proprio non va giù. Così ha inviato al presidente George W. Bush i suoi tre suggerimenti anticrisi: deregolamentare i mercati finanziari, in particolare quelle norme clintoniane che incoraggiano l’indebitamento; abolire l’obbligatorietà del mark to market; dare ai contribuenti strumenti per prevenire il fiscal drag. “I repubblicani – spiega al Foglio – sono stanchi di risolvere tutti i problemi tirando fuori denaro pubblico. Servono riforme per garantire che questo non accada più. Altro che salvataggi pubblici”. Plain & simple, Norquist esprime quello che è passato nella testa e nella pancia della destra americana. A quelli che il liberismo è morto, questa è la risposta. Ed è la chiave per comprendere la rivolta dei 133 deputati repubblicani che hanno votato contro il loro governo. “Una rivolta dell’ideologia contro l’autorità, persino contro la realtà”, ha scritto sul Washington Post l’ex speechwriter di Bush Michael Gerson, che pure non manca di sottolineare, di “questa purezza ideologica”, l’anima irresponsabile.
Ma Tom Palmer, del Cato Institute, non si sente affatto irresponsabile: “Ci sono ancora, in questo paese, persone che si battono per gli ideali del libero mercato e per l’uso della ragione nelle scelte politiche. E’ straordinario vedere come i parlamentari abbiano, questa volta, ascoltato l’uomo della strada, che lavora, tira la carretta e paga le tasse. Spero che continuino a resistere alla foga del ‘big government’ che ha conquistato la dirigenza di entrambi i partiti”. Lew Rockwell, presidente del Mises Institute, va oltre. Per lui il voto del Congresso è “rivoluzionario”, in quanto “l’intero estabilishment era compattamente schierato a favore di un odioso provvedimento che proponeva quanto segue: defraudare gli americani delle loro proprietà e del loro futuro per rivitalizzare imprese fallite”. Questo non era criptosocialismo, prosegue Rockwell, era socialismo bello e buono. Ecco perché “la sua sconfitta è una vittoria della libertà. Perché il mercato possa funzionare, bisogna che la cricca industrial-governativa perda la sua capacità di dominare ogni aspetto della vita. Devono aver paura. La bocciatura alla Camera è stata una magnifica bastonata”.
La costituzione di un fondo gigantesco per salvare le banche in difficoltà è qualcosa che risulta concettualmente ostile a un pezzo di America. Che dice: lasciateci stare. E’ l’America del sogno americano, che promette a tutti l’opportunità di realizzarsi senza sottrarre nessuno al rischio di cadere. L’economista Robert Murphy parla del piano Paulson come della “grande ruberia bancaria del 2008” e lo liquida così: “Gli argomenti economici a suo favore sono privi di senso. Questa è appropriazione di denaro e potere, nulla più”. Usa l’ironia anche Alan Bock, penna talentuosa dell’Orange County Register: “Risolvere la crisi regolamentando ancora di più sarebbe l’equivalente del curare l’alcolismo con la distribuzione di bottiglie gratis”.
Più analitico Marc Miles, economista e già curatore dell’Index of economic freedom per la Heritage Foundation: “Il piano Paulson è una soluzione complicata a un problema sbagliato: il problema è di capitalizzazione, non di liquidità. L’opposizione repubblicana l’ha incredibilmente capito, e si è rifiutata di votare il bailout a meno che le regole non fossero cambiate in modo più realistico”.
Lo scatto d’orgoglio della galassia “free market” sarebbe incomprensibile se non si cogliessero le peculiarità degli Stati Uniti. Il liberismo è congenito, in qualche misura, anche se alcuni intellettuali, felici di aver vinto una battaglia, restano pessimisti sull’esito della guerra. Il primo test è il voto al Senato. Ragiona Nicholas Eberstadt, dell’American Enterprise Institute: “I repubblicani temono il massacro elettorale. In questi giorni il panico è il sentimento dominante non solo a Wall Street, ma anche in alcuni quartieri di Washington. A Bush viene attribuito l’equivalente politico del bacio della morte. Penso che molti elettori abbiano tempestato di telefonate ed e-mail i loro rappresentanti. Il comportamento dei repubblicani può essere meglio compreso attraverso questi fatti, anziché come ritorno ai principi”.
Lo scatto d’orgoglio della galassia “free market” sarebbe incomprensibile se non si cogliessero le peculiarità degli Stati Uniti. Il liberismo è congenito, in qualche misura, anche se alcuni intellettuali, felici di aver vinto una battaglia, restano pessimisti sull’esito della guerra. Il primo test è il voto al Senato. Ragiona Nicholas Eberstadt, dell’American Enterprise Institute: “I repubblicani temono il massacro elettorale. In questi giorni il panico è il sentimento dominante non solo a Wall Street, ma anche in alcuni quartieri di Washington. A Bush viene attribuito l’equivalente politico del bacio della morte. Penso che molti elettori abbiano tempestato di telefonate ed e-mail i loro rappresentanti. Il comportamento dei repubblicani può essere meglio compreso attraverso questi fatti, anziché come ritorno ai principi”.
Forse ha ragione, e si è trattato davvero di una resistenza occasionale. Come ha spiegato George Will sul WP, “è potenzialmente catastrofico” che questa crisi arrivi in un momento elettorale così delicato: il pubblico voleva rispetto dei principi e l’ha ottenuto, ma ora necessita anche di “protezione contro l’annientamento del sistema finanziario”. Ma il voto del Parlamento ricorda il “no taxation without representation” ed è, a suo modo, la nuova ed eterna catarsi di un paese che ha nella Dichiarazione d’indipendenza il suo certificato di nascita. Only in America, canterebbe Johnny Cash.